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08 06 2026

In Cisgiordania, gli agricoltori sono sotto attacco israeliano

Dall’articolo di Annaflavia Merluzzi per jacobin.com

In Cisgiordania la resistenza passa dai campi: gli agricoltori palestinesi sotto pressione tra confische e attacchi

Nella valle a sud-est di Nablus, in Cisgiordania occupata, le comunità palestinesi di Beit Furik e Beit Dajan stanno cercando di difendere il proprio futuro coltivando la terra. Ma quella che potrebbe sembrare una normale attività agricola è diventata, negli ultimi anni, una forma di resistenza quotidiana contro l’espansione degli insediamenti israeliani, la violenza dei coloni e le restrizioni imposte dall’occupazione.

Qui vivono circa 28.000 persone. Le due cittadine sono raggiungibili attraverso un unico checkpoint, spesso presidiato non solo dall’esercito israeliano ma anche dai coloni. Intorno ai centri abitati si estende una costellazione di insediamenti e avamposti militari che, negli ultimi anni, si è progressivamente allargata fino a circondare gran parte del territorio palestinese.

Secondo la suddivisione prevista dagli Accordi di Oslo, i centri urbani ricadono nell’Area A, mentre gran parte delle terre agricole si trova nelle Aree B e C. È proprio l’Area C, circa 1.600 ettari di territorio, ad aver subito le conseguenze più pesanti dopo il 7 ottobre 2023. Gran parte di queste terre è infatti diventata inaccessibile ai palestinesi, che hanno perso pascoli, campi coltivabili e fonti di sostentamento.

«Israele applica una normativa secondo cui una terra palestinese non coltivata per dieci anni può essere dichiarata proprietà statale e confiscata», spiega Fares Nasasrah, sindaco di Beit Furik. «Il problema è che spesso siamo proprio noi a essere impediti nell’accesso a quei terreni dai coloni o dall’esercito. Le terre restano incolte non per scelta, ma perché non ci è consentito raggiungerle.

Sindaco Fares

La perdita delle terre si è sommata a un’altra crisi. Migliaia di lavoratori palestinesi che in passato trovavano impiego in Israele non possono più attraversare i checkpoint e hanno perso il proprio reddito. Di fronte a questa doppia emergenza, le amministrazioni locali hanno deciso di puntare sull’agricoltura.

Negli ultimi due anni è stato avviato un ampio progetto di recupero delle terre disponibili nell’Area B. Campi precedentemente utilizzati solo per coltivazioni stagionali o per il pascolo sono stati trasformati in serre, aziende agricole biologiche e orti produttivi. Sono nate coltivazioni di fragole, pomodori e ortaggi, creando opportunità di lavoro per circa ottocento persone rimaste disoccupate.

Fragole

Per molti abitanti si è trattato di un ritorno alle proprie radici. «Non avevo mai lavorato la terra professionalmente», racconta un agricoltore oggi impiegato nelle serre di pomodori. «Ma la conoscenza della coltivazione fa parte della nostra tradizione familiare. Quando ho perso il lavoro, tornare ai campi è stato quasi naturale.»

Anche la coltivazione dell’akoub, una pianta spontanea molto utilizzata nella cucina palestinese e tipica delle alture del nord della Cisgiordania, è diventata un simbolo di resilienza. Temendo di perdere definitivamente l’accesso alle aree dove cresce spontaneamente, alcune comunità hanno iniziato a riprodurla attraverso vivai e nuove coltivazioni.

Il progetto si basa su un modello di economia circolare che mira a garantire autosufficienza alimentare e occupazionale. I prodotti vengono consumati localmente e le eccedenze vendute nei mercati vicini, reinvestendo le risorse all’interno della comunità.

La sfida, tuttavia, non riguarda soltanto la terra. Anche l’accesso all’acqua e all’energia è diventato un terreno di scontro.

Le prime infrastrutture idriche costruite dai residenti sono state danneggiate. Due pozzi sotterranei realizzati dalla comunità sono stati riempiti di cemento, secondo le testimonianze raccolte sul posto. Per questo motivo, insieme alla Palestine Agricultural Development Association (PARC), gli abitanti hanno raccolto fondi per costruire una nuova rete di distribuzione dell’acqua e due grandi cisterne di accumulo.

«Le cisterne sono uno degli obiettivi principali degli attacchi», spiega Nasasrah. «Chi vuole fermare questo progetto sa che colpire l’acqua significa mettere a rischio tutto il sistema.»

Anche l’energia elettrica rappresenta una criticità. La fornitura proveniente dalla rete israeliana viene considerata insufficiente e soggetta a frequenti interruzioni. Per ridurre la dipendenza esterna, negli ultimi anni sono stati installati diversi impianti fotovoltaici che consentono oggi di coprire una parte significativa del fabbisogno energetico locale.

Nonostante questi risultati, il progetto continua a svilupparsi in un contesto di forte insicurezza. Secondo le autorità locali, negli ultimi due anni si sono verificati decine di attacchi contro agricoltori, terreni e infrastrutture agricole. I coloni vengono accusati di impedire regolarmente l’accesso ai campi, mentre le incursioni dell’esercito nelle aree palestinesi restano frequenti.

«Non cercano soltanto di sottrarci la terra», afferma il sindaco. «Tentano di rendere impossibile la vita quotidiana, colpendo direttamente i mezzi attraverso cui le persone sopravvivono.»

Per contrastare questa pressione, le comunità hanno cercato di rafforzare ulteriormente la propria autonomia. Con il sostegno di organizzazioni locali e internazionali sono stati avviati programmi di orti familiari destinati alle famiglie che vivono nei centri abitati, in particolare alle donne che spesso evitano di recarsi nelle campagne per timore delle aggressioni.

Sono inoltre in fase di sviluppo cooperative agricole femminili e piccoli progetti di allevamento, pensati per garantire nuove fonti di reddito e maggiore indipendenza economica.

In una regione dove il controllo del territorio è al centro del conflitto, coltivare la terra assume un significato che va ben oltre la produzione agricola. Per molte famiglie palestinesi rappresenta la possibilità di rimanere nei luoghi in cui sono cresciute e di preservare un legame considerato essenziale per la propria identità.

«Il rapporto con la terra è una parte fondamentale di ciò che siamo», conclude Nasasrah. «Per noi coltivarla è una forma di resistenza non violenta che ci permette di continuare a vivere nelle nostre case e nella valle a cui apparteniamo.»

 

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